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   Personaggi ed Avventure: il tesoro di Olivier Le Vasseur, “la Poiana”

   Riordinando la mia soffitta, ho trovato, semisepolto da diversi oggetti, un piccolo scrigno consumato dai tarli, contenente diverse pergamene ingiallite, ciascuna delle quali racconta, vergata da vecchie penne intinte nell’inchiostro, la vicenda autobiografica di qualche personaggio storico, alcuni conosciuti, altri meno noti, ma tutti accomunati da un grande amore per il mare, i viaggi, e le avventure.

   Evidentemente, qualche mio antenato si è divertito a collezionare antiche storie di mare: forse da lui nasce la mia irresistibile passione per le avventure e per la geografia, che non posso fare a meno di trasmettere ai miei lettori.

   La prima storia che vi racconto è quella del pirata Olivier Le Vasseur, detto “La Buse” (la poiana), o “Buzzard”.


   Dicono che sia nato intorno al 1680, ma la data della mia nascita è incerta (c’è chi giura che io sia nato 10 anni dopo, nel 1690).

   Mi chiamo Olivier Le Vasseur ed è curioso che parli di me e della mia vita avventurosa alla vigilia della mia morte, domani verrà eseguita la sentenza che mi condanna alla forca.

   Di sicuro la città che mi ha dato i natali è Calais, ultimo lembo di Francia affacciato sulla Manica, di fronte alle coste britanniche, quasi come un presagio per me, che del mare ho fatto la mia ragione di vita.

   Avrei potuto evitarlo, del resto, dato che provenivo da una famiglia borghese, agiata, in grado di darmi una solida istruzione, che ha fatto nascere in me interessi culturali non molto diffusi a quel tempo, fra cui un amore sconfinato per l’astronomia, la cultura classica e in particolare per la mitologia greca.

   Fu una sciabolata in faccia, unita al nasone adunco che madre natura mi aveva regalato, a farmi guadagnare il soprannome di “La Buse”, “la Poiana”, poi consolidatosi quando divenne il sinonimo della rapidità fulminea con cui mi gettavo sulle navi da conquistare.

   La mia “carriera” inizia invece lontano dagli agi borghesi, ma come corsaro, al soldo del “re sole”, Luigi XIV, per conto del quale mi occupai per qualche anno di difendere gli interessi francesi nelle acque caraibiche.

   Fu il Trattato di Utrecht nel 1713 a rendere inutili i servigi di noi corsari, in quanto tale accordo sancì il riavvicinamento tra Gran Bretagna, Olanda e Francia, che unite, affidarono il compito di cacciare i pirati direttamente ai soldati dei loro eserciti.

   Di tornare tra le fredde brume del nord della Francia non ne volevo sapere e fu quindi per me una scelta obbligata quella di disubbidire all’Ammiraglio francese, che mi aveva ordinato di cedere il comando e restituire il mio vascello.

   Presi la Indian Queen e senza esitazione mi diressi verso oriente: lungo la strada, mi alleai con due miei precedenti nemici, il Luogotenente John Taylor, disertore della Marina Britannica e Edward England, un mercante irlandese.

   Dovevo allontanarmi dai Caraibi, ormai troppo pericolosi per gente come me che non conosceva altro mestiere che quello del corsaro o del pirata: scelsi l’Oceano Indiano, solcato da numerose navi che trasportavano ricche mercanzie sulle rotte dei monsoni, che nessuno controllava.

   Non persi l’occasione di compiere qualche incursione anche lungo la strada, lasciando il segno a Ouidah, nel Golfo del Benin, lungo la tristemente nota Costa degli Schiavi: qui nella primavera del 1720 riuscii a distruggere la fortezza, non prima di aver depredato l’intero suo tesoro.

   Dopo aver doppiato il Capo di Buona Speranza, la fortuna sembrò abbandonarmi quando la Indian Queen si arenò in una delle insidiose secche delle Isole Comore, per la precisione nell’isola Anjouan: qui fui bloccato per tre mesi, cosa che temevo più di ogni altra, perché rendeva la nostra nave estremamente vulnerabile: del resto, dovevamo riparare la nave e il legno delle Comore è molto resistente e adatto allo scopo.

   Feci quindi costruire dall’equipaggio una specie di fortino, per difenderci da eventuali attacchi sia dal mare che dall’interno dell’isola, armandolo con i cannoni della Indian Queen.

   La scelta si rivelò lungimirante quando due mercantili per il commercio con le Indie orientali, la Cassandra, guidata dal Comandante James Mc Rae, scortata dalla Enterprise, entrò nella Baia di Mutsamudu con i cannoni spianati, con intenzioni tutt’altro che amichevoli nei nostri confronti, forse ansioso di intascare una delle tante taglie che pendevano su noi pirati.

   Ma non aveva fatto i conti con il mio vecchio amico Edward England, che con i suoi due brigantini Fancy e Victory sorprese alle spalle gli assalitori, che si trovarono chiusi in un fuoco incrociato da mare e da terra.

   Il comandante della Enterprise, tutt’altro che coraggioso, riuscì a trovare un varco e fuggì in una indecorosa ritirata, lasciando Mc Rae e la sua Cassandra desolatamente soli. Mc Rae fu costretto ad arrendersi e England, il quale, fra lo sconcerto dei sui uomini, riuscì a convincere il Luogotenente Taylor e mio malgrado, anche il sottoscritto, a concedere generosamente all’equipaggio sconfitto la libertà incondizionata, offendo in cambio della Cassandra e del suo carico la Fancy, che permise a Mc Rae di raggiungere Bombay, in India, dove in seguito diventò governatore di Madras.

   England, Taylor ed io, nel frattempo non perdemmo l’occasione per compiere numerosi saccheggi alle Isole Laccadive, per poi raggiungere Cochin, in India, dove riuscimmo a vendere a una ditta commerciale olandese per 75.000 Sterline il carico della Cassandra.

   Facemmo quindi rotta per le Isole Mascarene, ma nel febbraio del 1721 venimmo a sapere che il Comandante Mc Rae era sulle mostre tracce: fu l’episodio che mandò su tutte le furie gli uomini di Edward England, che non gli avevano mai perdonato la sua immotivata generosità verso l’ex Comandante della Cassandra, anch’egli irlandese.

   Come si usava fra i filibustieri, pertanto, England venne abbandonato per punizione dai suoi uomini su un’isola deserta, con un barile d’acqua, una pistola e una bottiglia di polvere da sparo: ma Edward non si diede per vinto e riuscì a costruirsi una zattera, con la quale, trasportato dalle correnti, raggiunse la fortezza dei pirati del Madagascar, dove corre voce che morì alcuni anni dopo, senza più un soldo, come un poveraccio.

   Nel frattempo, la Cassandra, comandata da me e la Victory, agli ordini di Taylor fecero rotta sull’Isola di Réunion. Qui, il 26 aprile 1721 mettemmo a segno il colpo più importante della nostra vita e uno dei più sensazionali della storia della pirateria.

   Nel porto di Saint Denis, capoluogo di Réunion, era all’ancora, in avaria la Virgem do Cabo, di 800 tonnellate, con 70 pezzi di cannone, ammiraglia della flotta portoghese proveniente da Goa, in India e diretta a Lisbona: la nave trasportava una fortuna, secondo le cronache del tempo era una sorta di “casa del tesoro galleggiante” e trasportava lingotti d’oro e d’argento, forzieri di ghinee d’oro, perle, barili di diamanti, sete, oggetti d’arte, un pastorale e una croce ed altri ornamenti sacri dell’Arcivescovo di Goa, per un valore stimato in cento milioni di Sterline.

   La nave, sorpresa da una furiosa tempesta, era stata gravemente danneggiata e l’equipaggio, sia pur riluttante, per evitare che colasse a picco, era stato costretto ad alleggerirla, gettando in mare tutti i cannoni.

   Avvicinandomi al porto, vedo da lontano la grande nave ferma in banchina: la osservo attentamente con il mio cannocchiale e mi accorgo che le feritoie dei cannoni sono vuote e che l’equipaggio non è a bordo.

   Facendo onore al mio soprannome di Poiana, l’arrembaggio da parte degli equipaggi della Cassandra e della Victory è fulmineo e in men che non si dica, quasi senza colpo ferire conquistiamo la Virgem do Cabo.

   Decidiamo di liberare quasi subito gli ostaggi, anche perché il valore del bottino è immensamente più grande di qualsiasi riscatto avremmo potuto chiedere: la presenza fra i prigionieri dell’Arcivescovo di Goa e del Vicerè lusitano, il Conte di Ericeira, del resto, era piuttosto scomoda e avrebbe potuto essere d’impaccio alla nostra fuga.

   A noi interessava il contenuto della nave, fra cui il diamante, il rubino e lo smeraldo incastonati nella Fiammeggiante Croce di Goa (ci vollero tre uomini per trasportarla), che l’Arcivescovo ci scongiurò invano di restituire.

   Altrettanto rapida fu la nostra dipartita, uscimmo dal porto di Saint Denis con le tre navi (la Cassandra, la Victory e la Virgem do Cabo) sparando numerose salve di cannone, per salutare ironicamente il Governatore della Réunion, depredato a sua volta.

   Lungo la strada, ad occidente della Réunion, depredammo anche un vascello olandese, la Ville D’Ostende, catturato con facilità, dirigendoci poi verso l’Isola di Sainte Marie, sulla costa nord orientale del Madagascar, da tempo rifugio di noi pirati che terrorizzavano il Mar delle Indie.

   Spartimmo il bottino e a nessuno dei marinai spettò meno di 5.000 ghinee d’oro, per la precisione quarantadue diamanti ciascuno.

   La mia parte comprendeva diversi lingotti, oltre a vari oggetti sacri, fra i quali naturalmente la Croce Fiammeggiante.

   Nonostante le ricchezze incamerate, non era affatto mia intenzione smettere e cambiare mestiere, del resto che altro avrei potuto fare nella vita?

   Affondammo la Victory e nominammo nostra ammiraglia la Virgem do Cabo, che ribattezzammo come la nave di cui ci eravamo appena sbarazzati: costeggiando la costa orientale del Madagascar, saccheggiammo anche la Duchesse del Noailles, dei miei compatrioti della Compagnia francese.

   Fu allora che alcuni amici ci avvertirono che alcuni cacciatori di pirati erano sulle nostre tracce e decidemmo pertanto di proseguire verso l’estremo sud del Madagascar, doppiando Fort Dauphin e virando verso occidente, per approdare lungo le coste orientali del Mozambico. Qui, nell’aprile del 1722 entrammo nella baia di Lourenço Marques (l’odierna Maputo n.d.r.), dove riuscimmo a sconfiggere la guarnigione olandese a Fort Lagos.

   Nel frattempo, Taylor ed io, ormai sazi di conquiste, eravamo spesso in disaccordo: onde evitare di scontrarci, dopo tanti anni di lotte fianco a fianco, decidemmo di dividerci per sempre e dopo aver definitivamente spartito le nostre ricchezze ci salutammo per sempre. Taylor tornò a Sainte Marie per armare la Cassandra e per dirigersi ad ovest.

   Si arrese qualche tempo dopo nelle Indie Occidentali spagnole e accettò un incarico nella Marina Spagnola: si dice che sia morto qualche anno dopo a Cuba.

   Quanto a me, vissi alcuni mesi a Sainte Marie: da qui, nel 1724 inviai un emissario alla Réunion, puntando ad un’amnistia, ma mettendo subito in chiaro che ero disposto a privarmi di una parte soltanto del tesoro della Virgem do Cabo. Il governo francese, anche per conto dell’Arcivescovo di Goa, non accettò.

   Mi ritirai a mia volta dall’offerta e l’amnistia decadde.

   Correva l’anno 1725, e me ne andai a vivere nell’isola dove seppellii il mio tesoro: solo nel 1728 tornai in Madagascar, nella Baia di Antongila, dove trovai un impiego come pilota.

   Qui venni riconosciuto da un impiegato della Compagnia francese, ma riuscii a dileguarmi.

   Tornai per un breve periodo alla pirateria, ma nei primi mesi di quest’anno (il 1730, n.d.r.) la mia nave venne attaccata dal Capitano L’Ermitte della nave da guerra Meduse: fui catturato vivo e posto sotto la custodia del Governatore della Réunion.

   Il Governatore della Réunion, avido delle mie ricchezze, ha cercato di farmi parlare, promettendomi anche la libertà se avessi rivelato il luogo dove ho nascosto il mio tesoro, ma un vero uomo deve essere più forte di certe lusinghe e non può pentirsi solo per convenienza: ciò che ho fatto, lo rifarei, non rinnego il mio passato, per quanto crudele esso sia stato e sebbene i crimini che ho sulla coscienza a volte non mi facciano prender sonno.

   Domani, dal patibolo getterò ai curiosi i crittogrammi che indicano il luogo,usando alcune metafore, ma senza nominare l’isola in cui si trova.

   Solo il manoscritto che sto concludendo ora riporterà il nome di quell’isola: lo nasconderò nel cunicolo che ho scavato nella mia cella, coprendolo accuratamente con la terra e i sassi.

   Chi troverà i crittogrammi insieme al presente manoscritto, sarà in grado di trovare il tesoro, che si trova nell’Isola...

   Saint Denis, 16 luglio 1730
   Olivier Le Vasseur



   Il 17 luglio, alle 5 post meridiane, La Buse viene giustiziato: salendo sul patibolo, come promesso, gettò ai curiosi, che non aspettavano altro, alcuni crittogrammi, gridando con un atto di sfida “Trovate pure il mio tesoro, se ci riuscite!”

   I crittogrammi sarebbero passati di mano in mano diverse volte, ma nessuno è ancora riuscito a trovare il leggendario tesoro di Le Vasseur, forse sepolto a Sainte Marie, forse a Mauritius, forse nella stessa Réunion o forse a Mahé, nelle isole Seychelles.

   Il più caparbio cercatore del tesoro in questione fu il granatiere inglese Reginald Cruise-Wilkins, che, lasciato per motivi di salute l’esercito britannico, si trasferì in Africa Orientale, per poi stabilirsi a Mahé, dove per 28 anni cercò inutilmente il tesoro di La Buse fino al giorno della sua morte, avvenuta nel 1977. Il figlio John non ha mai perso le speranze di coronare il sogno di suo padre che, animato da una vera e propria sfida a distanza con Le Vasseur, non è riuscito a realizzare.

   Quanto al manoscritto, potrei dirvi che è solo il frutto della mia fantasia, oppure che è rovinato proprio nell’ultimo periodo e che non sono stato in grado di decifrarlo.

   Oppure, se preferite, potete pensare che io stesso non vi rivelerò mai il nome dell’isola dove si trova il tesoro di La Buse da 100 milioni di Sterline: e allora, anche a voi che state leggendo queste righe e che siete ansiosi di sapere dove è sepolto uno dei più ricchi tesori della storia della pirateria, dico: “Trovate pure il tesoro del pirata, se ci riuscite!”

   Prima di passare ai links, vorrei segnalarvi un libro che parla del tesoro di La Buse e di molti altri tesori di pirati: si tratta di Cameron Platt – John Wright “Alla scoperta delle Isole del Tesoro” – Edizioni Piemme.

   La migliore biografia di Le Vasseur (in lingua francese, ricca di illustrazioni, foto e mappe) sul web si trova all’indirizzo www.pirates-corsaires.com/levasseur-la-buse.htm

Lonely Planet fa un breve riferimento alla vita di Le Vasseur e alla sua tomba, tuttora visitabile alla Réunion.

Ermanno Sommariva




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