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   Coco, l'isola dei tre tesori

      L’altra notte mi è apparso in sogno uno strano personaggio, che ha insistito per raccontarmi un’avvincente storia di tesori, della quale mi è sembrato giusto rendervi partecipi.


   Il mio nome è Jimmy Forbes, sono nato in California nei primi del ‘900 e quella che voglio raccontare a lei, che scrive spesso di fantastiche avventure, è la vera storia del tesoro di Lima, sepolto nell’isola di Coco, al largo del Costarica, in pieno Oceano Pacifico.

   Per la verità, sull’isola di Coco di tesori ne sono stati occultati almeno tre.

   Già rifugio degli ultimi Incas durante la dominazione spagnola, dal 1683 fino alla fine del secolo, Coco divenne la base del corsaro Edward Davis e delle sue scorrerie nell’America Centro-meridionale, forte di oltre 1.000 uomini e di diverse navi. Si dice che Davis seppellisse qui i suoi ingenti e numerosi bottini, per poi approfittare di un’amnistia concessa dalla Spagna ai corsari “pentiti” e trasferirsi a Filadelfia.

   Fu poi la volta di un pirata dal nome e dalle origini incerte, chi dice Edward Bennet, chi Graham Bennet, ex ufficiale inglese disertore, mentre lui stesso si faceva chiamare Pedro, millantando una nazionalità portoghese alquanto improbabile: nei Caraibi, tuttavia, era più noto come “Benito Bonito”, crudele con gli uomini, ma amato dalle donne, prima fra tutte la “piratessa” Mary Welch ed è con questo appellativo che passerà alla storia.

   La sua carriera di pirata ha inizio nel 1816, quando guidò un ammutinamento lungo le coste dell’Africa occidentale: da allora, Benito Bonito divenne il terrore dei Carabi, dove si trasferì per le sue scorrerie, soprattutto ai danni della Marina spagnola.

   La Spagna corse ai ripari, facendo costruire navi corazzate più piccole e veloci e nel 1819 decise di inviare a Manila, possedimento spagnolo, le monete d’argento di nuovo conio che sarebbero divenute la valuta locale nella colonia dell’Estremo Oriente.

   Benito aguzzò l’ingegno e venuto a sapere che le monete sarebbero state trasportate anche via terra, per essere imbarcate sulla costa del Pacifico ad Acapulco, da pirata terrore del mare quale era, si trasformò con successo in brigante di terra, rubando il carico pregiato.

   La spartizione del bottino creò più di un “vivace scambio di idee” tra i pirati e Benito occultò accuratamente il tesoro a Coco, per poi passare per le armi tutti i dissenzienti.

   Quando alcuni mesi dopo venne catturato da una corvetta lungo le coste americane, per non cadere prigioniero, si uccise sparandosi alla tempia, portando con sé nella tomba il segreto del tesoro d’argento, mentre la sua donna, Mary Welch, rimastagli fedele fino all’ultimo, finì i suoi giorni in una prigione della Tasmania.

   Ma il tesoro più grande sepolto a Coco è quello del mio bisnonno, James Alexander Forbes, medico e primo ufficiale del brigantino inglese Mary Dyer.

   Siamo nel 1821, Lima e il suo porto, Callao, sotto il dominio della Spagna sono incalzati dall’Esercito e dalla Marina cileni da est e da ovest e da Simon Bolivar da nord.

   La maggiore apprensione di notabili e religiosi spagnoli si concentra sugli sfarzosi arredi che impreziosiscono la Cattedrale di Lima. In fretta e furia, il ricco tesoro viene caricato in un giorno ed una notte su decine di forzieri, casse e bauli e trasportato fino a Callao.

   Qui, l’unica nave in grado di prendere il mare è proprio la Mary Dyer, battente bandiera britannica al comando del capitano scozzese William Thompson e del mio bisnonno, primo ufficiale.

   L’operazione di carico durò due giorni e come stabilito dai patti, la Mary Dyer si diresse verso Panamá, ma la tentazione per Thompson e Forbes era troppo ghiotta: nottetempo fecero uccidere le poche guardie spagnole e il sacerdote, gettando i loro corpi agli squali e deviarono verso Coco.

   L’isola era il posto ideale per occultare il tesoro di Lima, fuori dalle rotte più battute, quasi inaccessibile, dotata di sorgenti d’acqua dolce e a distanza di sicurezza dalle coste dell’America Centrale.

   Con le undici scialuppe della Mary Dyer, ci vollero ben quattro giorni per scaricare nell’unico approdo sicuro dell’isola, la Baia di Chatam, l’intero tesoro, che comprendeva fra l’altro: monili e oggetti spagnoli, pietre e metalli preziosi di antichissima origine Inca, lingotti e monete spagnole e messicane, reliquie religiose e statue raffiguranti la Vergine Maria, fra le quali una d’oro massiccio di 350 kg ad altezza d’uomo, incastonata da oltre 1.600 smeraldi, topazi e diamanti, il tutto contenuto in forzieri e scrigni di legno di cedro ed argento, a loro volta impreziositi di gemme, pieni zeppi di reliquiari e candelabri d’oro e d’argento, anelli, catene, pietre tagliate e grezze.

   Sbarcato il carico scottante, Thompson e Forbes, braccati dalla flotta spagnola, probabilmente affondarono la Mary Dyer nei pressi della costa (ma vi sono diverse teorie in proposito), inventandosi di sana pianta un improbabile naufragio, che naturalmente non venne creduto dalle autorità spagnole: fu così che un membro dell’equipaggio, tormentato dalla frusta, raccontò la verità.

   Tutti i marinai furono giustiziati, ad eccezione del capitano Thompson e del mio bisnonno, gli unici che avrebbero potuto indicare l’esatta ubicazione del tesoro di Lima ai legittimi proprietari.

   Sbarcati a Coco insieme ai loro carcerieri, Thompson e Forbes, dopo aver effettuato una digressione all’interno dell’isola, con un balzo improvviso fuggirono nella fitta boscaglia, fino a far perdere le loro tracce.

   Dopo due settimane di strenue ricerche, i soldati spagnoli, per nulla avvezzi all’orografia e al clima caldo-afoso di Coco, abbandonarono le ricerche e tornarono alla base.

   Il mio bisnonno e Thompson riuscirono a sopravvivere sull’isola per mesi, nutrendosi di frutti selvatici e nascondendosi ogni qualvolta le autorità spagnole inviavano nuove spedizioni alla ricerca dei due fuggiaschi.

   Fu una baleniera britannica attraccata a Coco per rifornirsi d’acqua dolce, a portarli in salvo, Thompson a Terranova, il mio bisnonno a Puntarenas, dove poco dopo venne dato per morto.

   James Alexander Forbes, invece, si trasferì a Yerba Buena, l’odierna San Francisco e successivamente a Santa Clara, dove divenne Viceconsole britannico e socio di alcune miniere della zona, riuscendo a ricostruirsi una vita e una reputazione.

   William Thompson, dal canto suo, morì in miseria nel 1845 a Saint John, con un segreto milionario che negli ultimi anni della sua vita rivelò, centellinandolo, all’uomo che lo aveva curato e ospitato fino alla fine, il marinaio John Keating.

   Da allora, si scatenò una vera e propria caccia al tesoro che dura senza tregua da oltre un secolo e mezzo.

   E fu proprio John Keating, con l’amico fidato Boag, a trovare il tesoro di Lima, ma la bramosia del comandante e dell’equipaggio della nave che aveva assoldato allo scopo di imbarcare il tesoro, li costrinse a darsi alla macchia nella foresta di Coco, prima ancora di rivelare il segreto, come già era accaduto a Thompson e al mio bisnonno.

   Keating fu raccolto da una nave di passaggio qualche tempo dopo, mentre dell’amico Boag non si seppe più nulla, sebbene siano in molti a scommettere che sia stato ucciso dallo stesso John Keating.

   Il marinaio Keating riuscì a portare a terra una parte del tesoro di Lima nei due viaggi successivi, se è vero che acquistò una fattoria e alcuni negozi a Saint John, ma si trattava comunque solo delle briciole: quando finalmente riuscì a comprarsi una goletta per imbarcare l’intero tesoro, nel 1868 fece naufragio e non tornò mai più a Coco, ma consegnò all’uomo che lo aveva salvato, alcuni documenti che indicavano sommariamente la posizione della grotta di Coco dove si trovava il tesoro.

   In realtà, Keating non rivelò a nessuno, in dettaglio, l’esatta ubicazione del tesoro, neppure al genero e alla giovane moglie, avida quanto interessata: anche per questo motivo il tesoro non fu più trovato neppure dai suoi parenti più stretti.

   Ci provarono in parecchi, fra cui un tedesco, August Gissler, il quale visse addirittura diciassette anni a Coco, a cavallo di due secoli fino ai primi del ‘900, riuscendo a farsi nominare “Governatore” dell’isola dal governo del Costarica.

   Gissler, per la verità, più che dal tesoro di Lima era ossessionato dall’argento di Benito Bonito, che non riuscì comunque a trovare.

   La storia successiva di Coco è costellata di ricerche infruttuose, spedizioni effettuate anche con strumentazioni sofisticate, ma dagli esiti fallimentari, invidie e gelosie fra i vari cercatori, sfociate a volte in veri e propri omicidi.

   Solo un avventuriero belga, Petrus Bergmans, naufragato a Coco negli anni ’30, riuscì a ritrovare alcuni gioielli e una statua della Vergine, alta 60 cm., molto più piccola di quella ad altezza uomo descritta nei resoconti del 1821, ma la sua spedizione successiva finì per la bancarotta della società che l’aveva finanziata.

   Ma torniamo alla mia famiglia. Il mio bisnonno, come le ho già raccontato, cambiò completamente vita e si dice anche che in punto di morte ebbe la forza di convertirsi, lasciando questo mondo in pace persino con Dio. Non rivelò a nessuno la vicenda della Mary Dyer: per questo motivo, quando mio nonno, James Alexander Forbes II ricevette in eredità la mappa di un tesoro, non vi diede molta importanza, continuando ad occuparsi dei suoi affari.

   Fu mio padre, James Alexander Forbes III a interessarsene nel 1937. Trovò tre soci, un famoso assicuratore, un avventuriero e un marinaio, ma quando nel 1939 tutto era pronto per la spedizione, il mio povero padre morì, a 67 anni.

   Il destino volle che fossi io, Jimmy Forbes IV, a tornare sulle orme del mio bisnonno, ma la prima spedizione, effettuata alla fine del 1939 con i tre soci di mio padre, fallì per i dissidi e le incomprensioni fra i membri della missione.

   Ma nella primavera dell’anno successivo, conobbi Fred Lewis, un ricco proprietario di un panfilo di lusso, che si offrì con la sua imbarcazione, dotandola di modernissime apparecchiature, fra le quali l’ultimo modello di metal detector, argani e strumentazioni geo-minerarie, ma la ricerca fu tutt’altro che agevole, nonostante l’appoggio delle Autorità costaricane, che ci offrirono una decina di uomini, con il compito ufficiale di aiutarci, ma di fatto inviate per sorvegliare l’esito dell’operazione.

   La verità è che circa un secolo prima, John Keating aveva spostato almeno una parte del tesoro di Lima in un altro luogo dell’isola e questo fatto complicò le cose.

   Riuscimmo a scoprire un grande masso dove erano scolpite una freccia e la lettera “K”, forse l’iniziale di Keating, ma pur avendo scavato un’enorme fossa intorno ad esso, non trovammo nulla, almeno così è scritto nelle cronache ufficiali.

   In realtà, lo confido solo a lei, perché finora non l’ho mai rivelato a nessun altro, seguendo nottetempo la direzione indicata dalla freccia, trovai una parte del tesoro.

   Per questa ragione, una volta decretato l’esito negativo della missione, tornai per altre tre volte a Coco, con barche ed attrezzature più modeste per non dare nell’occhio, ma a colpo sicuro, imbarcando diversi arredi e monili all’insaputa delle Autorità del Costarica.

   Sono stati in molti a sospettare che avessi effettuato altre spedizioni e avevano ragione da vendere, sebbene sia convinto, caro Sommariva, che la parte più consistente del tesoro sia ancora sull’isola.

   Coco è un’isola maledetta, se non addirittura stregata, e lo è stata per tutti coloro i quali si sono scannati o più semplicemente rovinati per scandagliarla. Nelle oltre 300 spedizioni effettuate sull’isola, qualcuno è riuscito a trovare qualcosa, come John Keating, Petrus Bergmans e il sottoscritto, qualcun altro ha coperto le spese delle spedizioni, pubblicando le sue memorie, come fece Sir Malcolm Campbell nel 1929, altri trovarano scheletri con coltelli piantati nel costato, oppure intravidero il tesoro attraverso una fenditura nella roccia, salvo poi cadere rovinosamente lungo i ripidi pendii dell’isola battendo la testa, e dimenticando così il luogo esatto della scoperta, come capitò a un certo Bob Flowers nei primi del ‘900: ma la maggior parte dei cercatori fece fiasco, rimediando soltanto punture di insetti e morsi dai grossi granchi dei Coco, o perdendo una fortuna, come accadde all’attrice inglese Moira Lister, con le sue mappe dettagliate e il suo avveniristico magnetometro nel 1987.

   Il tesoro di Lima, insieme a quelli del corsaro Edward Lewis e del pirata Benito Bonito, sono ancora lì, prova ne è il fatto che anche l’ultima spedizione, nel 1992, si rivelò infruttuosa e che nel 1998 un satellite della NASA individuò a Coco tre depositi d’oro, di cui uno sotto il mare, nei pressi della costa, spingendo il governo costaricano a stanziare altri fondi per le ricerche: poveri illusi, non li troveranno mai!



   Il sogno, ovviamente, è immaginario, ma le vicende, per quanto in parte romanzate, sono storicamente avvenute ed anche i personaggi citati sono autentici.

   Coco è un’isola vulcanica di circa 24 kmq., posta a 5°32’57’’ di latitudine nord e a 86°59’17’’ di longitudine ovest, tuttora possedimento del Costarica, dalle cui coste dista circa 300 miglia, è ancora oggi disabitata.

   Insieme all’isola di Malpelo e alle Galapagos, forma il cosiddetto “triangolo d’oro” o “triangolo degli squali”, per via dell’abbondante numero e delle diverse specie di squali presenti.

   Per chi ama il brivido dell’incontro con i giganti del mare e vuol vedere da vicino decine di squali martello, squali bianchi, squali balena, due tour operator italiani organizzano crociere con yacht d’altura, partendo dai porti del Costarica.

   Il primo è Aquadiving Tours, che nella pagina dedicata descrive il dettaglio del viaggio, che comprende un numero illimitato di immersioni e la visita nell’interno dell’isola.

   Per quelli che preferiscono qualcosa di più organizzato, sul sito www.underseahunter.com viene descritto il piano dettagliato del viaggio, che comprende diverse immersioni giornaliere a tu per tu con squali martello, squali balena, tartarughe, razze giganti, tonni e pesci tropicali di ogni specie.

   Non poteva mancare la pagina del sito Pirates Italia, dedicata all’isola di Coco.

   C’è anche il sito del Parco Nazionale dell’isola del Coco, corredato di foto, ma purtroppo solo in spagnolo.

   Vorrei concludere segnalando un libro estremamente affascinante, dedicato alle leggende marinare, alle mappe cifrate e alle avventurose ricerche di tesori su undici isole deserte del Pianeta, fra cui Coco: Cameron Platt - John Wright “ALLA SCOPERTA DELLE ISOLE DEL TESORO” - Edizioni Piemme S.p.A.


 

Ermanno Sommariva




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