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   La crisi del Darfur

   Dall’inizio del 2003, la regione occidentale del Darfur è teatro di un sanguinoso conflitto. La stessa zona era già stata devastata da una guerra civile tra il 1985 e il 1988, quando i contadini di etnia Fur si erano scontrati con bande armate arabe provenienti dalla valle del Nilo, i cosiddetti "janjawid" e con truppe del Ciad e della Libia, nel quadro della generale crisi del Sudan che portò al colpo di stato islamico-militare del 1989.

   Le violenze sono continuate per tutti gli anni '90, con l’aperto appoggio del nuovo governo ai janjawid, che hanno intensificato le loro razzie con crescente ferocia.

   Al pari delle regioni meridionali, per vent’anni protagoniste di un conflitto separatista che ha insanguinato il paese ed è giunto al suo epilogo solo nel 2005, il Darfur è rimasto ai margini della vita politica del paese. All’origine della questione sudanese vi è il monopolio politico che una ristretta aristocrazia di arabi della valle del Nilo esercita a danno di tutti gli altri gruppi etnici, per motivi economico-politici prima ancora che religiosi o razziali; nel Darfur non ci sono cristiani, né gli abitanti arabi sono stati risparmiati dalle violenze dei janjawid.

   Ha invece trovato un accordo con i cristiani ribelli delle regioni meridionali in vista di una spartizione dei proventi del petrolio, vero motivo della pressione, soprattutto statunitense, per gli accordi di pace.

   Nei confronti dei musulmani del Darfur, regione che non possiede ricchezze petrolifere, la giunta di Karthoum ha continuato invece una politica repressiva.

   Vessati da sempre ed esclusi dalle trattative per il riassetto del paese avviate nel 2002 tra il governo centrale e le province del Sud, gli abitanti delle altre periferie (i Fur prima, gli arabi del Kordofan poi) hanno smesso di credere alle promesse del governo ed hanno deciso di alzare il livello dello scontro, vedendo nella lotta armata l’unico mezzo per ottenere attenzione, sia all’interno del paese sia sul piano internazionale.

   Il 25 febbraio 2003 il FLD (Fronte di liberazione del Darfur), nato circa un anno prima, ha lanciato il segnale dell’insurrezione, unendo per la prima volta le milizie d’autodifesa di quasi tutte le tribù Fur.

   Tuttavia l’ottica non voleva essere etnocentrica, e il movimento ha presto cambiato nome in ELS (Esercito di liberazione del Sudan) per includere anche tribù masalit, zaghawa e beni. L’offensiva vittoriosa dei ribelli si è conclusa nel settembre con un cessate il fuoco ottenuto dal presidente del Ciad, di etnia zaghawa, che è servito però solo al governo di Khartaum per riorganizzarsi.

   Nel totale silenzio della comunità internazionale, i cui sforzi erano esclusivamente concentrati sulla guerra nel meridione dei paese, il governo di Omar al-Bashir ha ripreso l’iniziativa costringendo i ribelli sulle colline. Alla «fine delle operazioni militari» proclamata il 9 febbraio del 2004 sono seguiti però altri due anni di guerra, tra le truppe che hanno occupato gli abitati e i ribelli che hanno continuato a colpire dalle campagne.

   La ritorsione sui civili ne è diventata la logica conseguenza.

   Il carattere sistematico e massiccio degli attacchi alla popolazione civile da parte delle truppe regolari e delle milizie filogovernative dei janjawid ha fatto parlare di "pulizia etnica", benché questa espressione rischi di travisare i reali motivi del conflitto.

   Solo in questa fase l’ONU ha deciso di premere sul governo sudanese; il segretario generale Kofi Annan, dopo aver prospettato un intervento armato internazionale, ha ottenuto l’invio di una missione d’inchiesta in Darfur nell’aprile 2004, sotto gli auspici di un nuovo cessate il fuoco.

   Da allora l’azione internazionale, seppur continua, è stata sempre piuttosto debole.

   Le minacce di sanzioni hanno cozzato con l’accondiscendenza statunitense verso un governo di Khartoum che sì è dichiarato alleato di Washington nella lotta al terrorismo e che d’altra parte ha saputo trovare nella Cina un partner commerciale (petrolio contro manufatti) in grado di sottrarlo al completo vassallaggio nei confronti dell’Occidente.

   Così nel trattato di pace di Nairobi del gennaio 2005, con cui si è posto fine alla guerra nel meridione sudanese, non si è fatto alcun cenno alla questione del Darfur.

   Le violenze sono quindi presto riprese, anche nelle aree "controllate" dal governo, tanto che moltissimi operatori umanitari, oggetto degli attacchi dei paramilitari, hanno dovuto abbandonare la zona, condannando decine di migliaia di persone a morte certa.

   Gli inviati dell’ONU hanno denunciato la totale indifferenza del governo sudanese riguardo alle violenze subite dagli sfollati nei campi profughi, sottolineando l’impossibilità pratica per i circa 2000 soldati inviati dall’Unione africana di impedire i soprusi.

   Nei primi mesi del 2005 l’ONU ha costituito un comitato speciale per rendere effettivo l’embargo delle armi e ha deciso il deferimento dei responsabili di crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale.

   Nell’ambito dell’ONU si è discusso anche di sanzioni petrolifere e invio di caschi blu.

   Il governo ha accettato di accogliere un contingente solo nel maggio 2006.

   Nel frattempo la crisi è montata anche nel confinante Ciad, in seguito agli scontri avvenuti lungo la frontiera nel dicembre del 2005.

   Nei primi tre anni di guerra, interrotta da un paio di tregue di scarso respiro e scarsissima efficacia, il numero dei morti è stato stimato in 300.000; circa 2 milioni e mezzo di persone (1/3 degli abitanti della regione) sono rimaste coinvolte nei combattimenti.

   Gli sfollati nei campi del Darfur sono stimati in 2 milioni, mentre altre 200.000 persone hanno cercato rifugio in Ciad.

Roberto Collina




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